Come recuperare i cocci della nostra esistenza e il Kintsugi

E’ necessario prima di intraprendere qualsiasi percorso volto a recuperare pezzi della nostra esistenza, iniziare ad avere un approccio esistenziale piu’ totalizzante e meno scisso. La classica divisione tra anima e corpo dove la materia attraverso tante discipline (chimica, biologia, medicina, ecc..) viene eviscerata alla ricerca di sempre nuove verità, non lascia posto (quasi mai) a qualcosa di non tangibile, non organico, come la presenza dell’anima nella nostra vita, le nostre emozioni, le nostre interiorità, predisponendoci ad una sorta di “crepe” esistenziali, dalle quali trasuda una sofferenza che quasi sempre sfocia in una vera e propria spaccatura esistenziale. Facile sarebbe farsi una endovena di fede, e alienandosi rivedendo la propria esistenza, ed  “incollare” i propri cocci (o meglio ancora) spalmando uno strato protettivo che ci impedisca di distruggerci. Ma non è cosi. E’ necessario che il nostro percorso di vita si arricchisca di esperienze, che i pezzi della nostra esistenza siano tali. Non a caso la nostra esistenza è basata soprattutto sull’aspetto temporale. Il tempo altro non è che quel vasaio, alcune volte impietoso, che realizza il vaso della nostra esistenza, giorno do po giorno, pezzo dopo pezzo. Senza volerlo mi approcciai ad un aspetto di una particolare arte  giapponese detta  Kintsugi (l’arte di abbracciare la bellezza delle cicatrici), dove un vaso rotto viene fissato non con la classica colla nel tentativo di coprire le spaccature nascondendole, ma attraverso una resina cosparsa di polvere d’oro che invece le esalta. Il risultato finale indubbiamente è che il vaso rotto e re incollato in questo modo, pur mantenendo le sue forme originali acquista piu’ valore, proprio grazie all’evidenza delle sue cicatrici. 

Questo cosa vuol dire ?  

Che  le cose quando cambiano non sono da buttare ma un’opportunità di trasformazione, di crescita.

Che se qualcosa “si rompe” nella nostra vita non va mai buttato ma ripensato. 

Quando il vaso si rompe, non è caduto da solo. Qualcuno o noi stessi lo abbiamo fatto cadere e tendenzialmente cerchiamo i cocci o per buttarlo o per capire il danno e se possibile ripararlo. Quel vaso rotto invece ci aiuta a contestualizzare il tempo. Ci proietta nell’oggi. Ieri il vaso c’era domani il vaso sarà diverso da com’era. Questa flessibilità esistenziale nell’approcciarsi alle varie vicissitudini della nostra esistenza sono il frutto di un lavoro quotidiano, nel quale ognuno di noi consapevole della fragilità della propria  esistenza prende coscienza con  quale materiale sia fatto. Se il vaso fosse d’acciaio tutto o quasi (a parte qualche invisibile ammaccatura) rimarrebbe uguale. Ed invece no. E’ fragile il vaso ma non è mai vuoto.  Chi pensa cosi ha già perso. Il vaso ci contiene, ma è pieno di noi. E’ una sorta di luogo esistenziale nel quale trova dimore la nostra stessa vita. Il parallelismo quindi tra corpo (il vaso) e l’anima  acquista un valore integrale, e che ci permette di leggere con una consapevolezza ulteriore anche quello che  S. Paolo scrive in un versetto della sua lettera ai Corinzi: “Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi”

Buona vita a tutti.


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